PER UNA POLITICA DELLE COMUNICAZIONI - RELAZIONE di Gianni Montesano
28 Set 2007
PER UNA POLITICA DELLE COMUNICAZIONI
Roma 28 settembre 2007
RELAZIONE diGianni Montesano
L’art. 21 della Costituzione è oggi quanto mai attualealla luce dei nuovi scenari dell’informazione e della comunicazione. Il pluralismo nel sistema dell’informazionee il diritto all’accesso ai sistemi dicomunicazione sono l’architrave di una moderna democrazia che deve garantire ai cittadini il diritto a comunicare, ad essere informati e ad informare. Lo spazio della comunicazione è un bene pubblico.
Credo che per un partito che ancora oggi si ostina a chiamarsi comunista ispirandosi alla tradizione del PCI il richiamo ai valori della Costituzione repubblicana siano un elementocaratterizzante della sua identità e della sua iniziativa politica. E’ nella Costituzione chetroviamoil senso di appartenenza con il centrosinistra, è nella Costituzione che traiamo, ancora oggi, spunti quanto mai attuali per sviluppare la nostra linea di condotta. Non dimentichiamo quanto venga calpestata e ignorata, non dimentichiamo gli anni che ci siamo lasciati alle spalle, vissuti su una pericolosa crina autoritaria che ci ha paurosamente avvicinati ad una sorta di nuovo regime centrato, appunto, sulcontrollo del sistema dei media.
L’ex Presidente della Repubblica Ciampi nel suo messaggio alle Camere sulla libertà di informazione, disse che non esiste solo un problema di pluralismo dei soggetti (più tv, più quotidiani, etc.) esiste il problema di un pluralismo “oggettivo”, delle redazioni, dell’informazione e dei programmi; un pluralismo che deve valere per la rappresentazione della realtà politica, ma anche economica, sociale, culturale, lavorativa, religiosa di un paese. Se questo è dirimente per il servizio pubblico radiotelevisivo, lo deve essere anche per tutti gli altri media, dalla stampa, alla tv, al web. Se valeva durante il “regime” di Berlusconi, il tema del pluralismo deve essere centrale anche con il centrosinistra.
La nascita del PD sta creando dei forti scossoni al quadro politico. Li sta dando anche al sistema dei media e in particolare all’area del centrosinistra. In Rai si assiste ad un rapido riallineamento di quadri, dirigenti e giornalisticollocati in ruoli-chiave. Lagrande stampa o risponde ai poteri forti oalla galassia Berlusconi oppure si sdraia su Veltroni. Non vorrei che il modello comunicativo in vigore a Roma venga preso ad esempio per l’intero Paese quando sarà conclusa l’operazione PD.Uno scenario, quello della capitale, dove le contraddizioni della città, forti, crescenti e stridenti, vengono quasi del tutto espunte odepotenziate dal sistema del media. Un conto è se ciò accade a Milano, roccaforte della destra, altro è se accade nella capitale governata da anni dal centrosinistra.
Il conflitto di classe, il conflitto sociale, il pensiero critico e i soggetti critici rispetto all’attuale sistema capitalistico, alle sue dinamiche e alle contraddizioni che introduce nei processi di globalizzazione sonole prime vittime della mancanza di pluralismo e di un sistema dei media che tende a sviluppare realtà parallele dove vengono del tutto cancellati pezzi della realtà sociale, politica e culturale.
Personalizzazione e spettacolarizzazione sono ormai i canoni di riferimento verso cui si indirizza la grande macchina mediatica, in particolare quella televisiva. Probabilmente potremmo dire di essere arrivati alla maturazione di un processo di americanizzazione dell’informazione e della comunicazione iniziato molti anni fa.
Certo dobbiamo tener conto delle enormi possibilità che hanno aperto la tecnologie e che consentono di gestire nuovi spazi e nuove forme di comunicazione che si svincolano dai canoni classici della rigidità verticale di stampa e televisione. Questi ultimi, tuttavia, continuanoad influenzare la grandissima maggioranza dellapopolazione del nostro paese, basti pensare che oltre due terzi degli italiani hanno nella tv generalista l’unica fonte di informazione.
Questo non vuol dire chenon dobbiamo aver presente la forza che il passaggio dai mass media ai personal media ha sui processi comunicativi. I giovani crescono con il cellulare ed hanno internet come dato acquisito. Tornerò in seguito su questi argomenti.
Oggi il principio di una rappresentazione plurale della società viene di fatto bloccato da una serie di fattori. Fra questi il primo è l’anomalia del sistema che vede il pesante e irrisolto conflitto di interesse di Silvio Berlusconi, il Parlamento dovrebbe al più presto sbloccare il provvedimento. Non si può guardare avanti lasciandosi dietro dei macigni. E’ stato uno degli impegni prioritari nel programma del centrosinistra, ma questo centrosinistra troppo spesso dimentica il suo programma.
All’anomalia Mediaset – Berlusconi va aggiunta la particolarità degli assetti proprietari dei principali gruppi editorialiche sono tutti nelle mani di soggetti industriali e finanziari. Al contrario di altri paesi l’Italia è priva di editori “puri” per quanto riguarda le grandi testate tv e stampa (da Rcs a La7 e Telecom media). I grandi editori sono tutti collocati in intrecci societari con banche, industrie e gruppi finanziari i quali, ovviamente, tendono a fare i loro interessi a scapito della funzione storica degli organi di informazione.
A tale caratteristica strutturale va aggiunta la pesante situazione in cui versa la categoria dei giornalisti il cui contratto è bloccato da tempo. Gli editori stanno cercando di scardinare quello che resta della loro autonomia professionale utilizzando la leva del precariato come strumento di pressione.
La riforma dell’editoria non può prescindere dallo sblocco della trattativa con la FNSI. Il governo non può pensare di ridisegnarele regole per i gruppi editoriali quando questi, con la Fieg,da oltre due anni continuano a rifiutare il dialogo con la controparte. La disarticolazione del contratto nazionale dei giornalisti è l’ariete con cui Confindustria (cui Fieg è affiliata)tenterà man mano di disarticolare l’istituto del contratto nazionale di categoria. Non si possono definire politiche di sostegno allo sviluppo delle attività editoriali senza salvaguardare i diritti dei lavoratori, a partire dalla lotta alla precarietàsempre più diffusa nel settore dell’editoria, dell’informazione e delle comunicazioni con particolare diffusione nell’editoria locale che, invece, è cresciuta in fatturato, vendite e numero di testate. Ogni agevolazione va vincolata al rispetto dei diritti del lavoro.
Sulla riforma dell’editoria occorre vigilare con molta attenzione per evitare che vengano sottratte risorse ai giornali gestiti da cooperative o ad organi di partiti chepresenti in Parlamento. Una cosa è la critica ai privilegi, un’altra è il diritto al pluralismo nel campo dell’informazione. Non possiamo accettareil ridimensionamento della piccola editoria mentre i grandi gruppi macinano utili.
Una riflessione va fatta anche sul sindacato dei giornalisti, ho sempre apprezzato la posizione politica della segreteria uscente della FNSI. Questo al di là di dinamiche sindacali legati a specificità territoriali. Credo che un partito come il nostro, consapevole delle proprie dimensioni, debba tuttavia misurarsi, lì dove possibile,con il sindacato della stampa, magari esprimendo posizioni articolate aseconda delle situazioni. Certamente non possiamo continuare in un atteggiamento, molto diffuso nella sinistra, di disinteresse nei confronti delle dinamiche di questa categoria. Questo vuol dire lasciare campo libero alle lobby in un settore che è profondamente cambiato. Oggila categoria dei giornalisti la si può dividere in tre grandi aree: quella (piccola e influente)dei privilegiati con contratti fastosi; quelladi tanti che vivono dignitosamente con lo stipendio contrattuale, e quella (in costante crescita) di un precariato dilagante che, per chi fa questo mestiere, è doppiamente grave in quanto, oltre all’incertezza lavorativa personale, incide sulla qualità del lavoro: il giornalista sotto ricatto non è libero di fare il suo mestiere.
A novembre vi sarà il congresso della Fnsi, si rischia unaderiva moderata come quella accaduta per l’Usigrai dovela candidata favorita, portatrice di istanze innovative e progressiste, è stata sonoramente battuta da un blocco neocentrista corporativo.
Certo, alcune scelte del sindacato come lo scorporo dei contratti FRT rispetto a quelli della stampa, non ha aiutato le nuovegenerazioni ad acquisire quegli elementidi garanzia per rafforzare autonomia e professionalità indispensabili a chi lavora nel settore; ma oggi ci si trova davanti al rischio, ancora più alto, del completo smantellamento del contratto nazionale.
Convergenza digitale e democrazia
Il tema del pluralismova, tuttavia, ben oltre la funzione giornalistica, esso riguarda lo sviluppo dell’intero sistema delle comunicazioni a partire dai palinsesti radiotelevisivi, al web, alle nuove tecnologie digitali. Rispetto ai processi di convergenza tecnologica occorre sviluppare azioni politiche in grado di garantire il diritto all’accesso dei cittadini nonché lo sviluppo di piattaforme aperte, che tendano ad un’applicazione democratica delle tecnologie e non ad uno sviluppo chiuso in chiave monopolistica.
Occorre garantire l’accesso alle reti digitali tv, al web tramite la banda larga, rafforzando l’iniziativa pubblica per promuovere nuovi prodotti e allo stesso tempo sostenere le politiche per il superamento del “digital divide”, il gap di conoscenza che impedisce ad ampi strati della popolazione di accedere alle nuove tecnologie.
FreeSoftware e libero sapere.La smaterializzazione dei processi produttivista portando alla creazione di valore sui prodotti “della conoscenza”: dai contenuticlassici della multimedialità (filmati, audiovisivi, musica, testi, dati, etc.) a quelli legati alla produzione di software. In antitesi ai processi monopolistici portati avanti dalle multinazionali dell’informatica si è andato sviluppando il “freesoftware” ossiaprodotti informatici creati in modo condiviso “in rete”, senza brevetti esclusivi. Una modalità di produzioneinnovativa e partecipata che va valorizzata, diffusa e garantitadai ripetuti assalti dei nuovi monopolisti. In questo gli enti locali possono giocare un ruolo importante. Tutta l’area del “libero sapere”riporta problematiche di organizzazione del mondo del lavoro che è sempre più parcellizzate. Nel settore delle comunicazioni e delle nuove tecnologie si registri la maggiore diffusione di precariato e di lavoro atipico proprio perché sonosettori in crescita.
Ho già accennato primaalle opportunità che le tecnologie offrono in tema di allargamento degli spazi di informazione democratica, quella non omologata. La tv digitale può essere una di queste: La transizione al digitale è una opportunità di crescita e di occupazione ma ha tempi lunghi e necessita di politiche di sostegno sia per le infrastrutture che per i prodotti, Il governo Berlusconi lo ha utilizzato solo per aggirare le sentenze della Corte Costituzionale che prevedevano lo spegnimento di Rete4. La tv digitale può essere occasione per rompere il monopolio dei grandi produttori di contenuti aprendo il sistema anche a soggetti minori. In quest’ottica il servizio pubblico Rai dovrebbe garantire quote di accesso per produttori “minori” o comunitari.
La creazione di “distretti digitali” in determinati ambiti territoriali può essere occasione per lo sviluppo di prodotti audiovisivi che mantengano, nella loro qualità,la capacità di sviluppare una lettura critica della realtà e dei soggetti sociali. Sono questi prodotti (e questi produttori) ad essere progressivamente espulsi dal mercato audiovisivo che tende ad una sempre maggiore omologazione su standard commerciali e ad essere controllato da un cartello trasversale di società di produzione legate, più o meno, ad ambienti del centrodestra e del PD. Rompere questo cartello non è un’operazione facile, ma bisogna provarci. La denuncia forte delle esternalizzazioni e degli appalti “sopra la linea” in Rai va in questa direzione.
Nei processi di convergenza tecnologica è condivisibile il principio di separazione fra fornitori di contenuti e possessori di reti di trasmissione (broadcaster) ma occorre prevedere politiche pubbliche per lo sviluppo del comparto guardando anche ai piccoli produttori italiani indipendenti e impedire la creazione di cartelli e nuove posizioni dominanti. La separazione fra fornitori di contenuti e operatori di retepuò essere un’opportunità per lo sviluppo e la crescita di soggetti indipendenti interessati ad essere presenti nel mondo della comunicazione digitale.La convergenza fra Tv e IpTv crea un ambiente omogeneo ove poter far circolare gli stessi contenuti anche se con caratteristiche tecniche diverse.Occorre favorire la crescita e lo sviluppo di fornitori di contenuti“critici” non omologati nel tentativo di evitare chei processi di convergenza digitale e l’apertura delle frequenze riproducano il fenomeno avutosi negli anni ottanta con l’emittenza privata: la proliferazione di tante piccole tv ma tutte omologate su bassi standard di qualità dal punto di vista dei palinsesti.
Sul tema delle frequenze la nostra posizione è chiara: le frequenze dovrebbero essere pubbliche, ma la battaglia in corso nelle aule parlamentari con il ddl Gentiloni deve mirare a salvaguardarne almeno unaquota sostanziosa da mettere a disposizione per lo spazio pubblico della comunicazione, fosse quello del servizio pubblico o delle utenze locali.
Le risorse del sistema. Il monopolio nella raccolta pubblicitaria è uno degli elementi che ha consentito lo sviluppo del monopolista privato nella tv in chiaro. Su questo punto il limite stabilito dal ddl Gentiloni è fin troppo generoso nei confronti di chi, da decenni, detiene una posizione dominante nel settore strategico radiotelevisivo. Occorre ritornare a severe norme antitrust che consentano una migliore distribuzione della pubblicità sia a livello nazionale che locale.
Informazione locale, enti locali, reti locali
L’informazione locale è un settore in forte crescita in termini di testate giornalistiche tradizionali, esse tuttavia si caratterizzano per una estrema debolezza strutturale ed editoriale e, molto spesso, con lavoratori quasi tutti precari e facilmente ricattabili. Nel rapporto con il mondo della comunicazione in ambito regionale stanno crescendo le funzioni del CO.RE.COM, i comitatiregionali per la comunicazione, organidi emanazione dell’Autorità per le comunicazioni le cui funzioni sono troppo spesso sottovalutate. E’ importante riuscire o ad entrare nei Corecom o ad avere stretti rapporti con essi perché è quella la sede dove si possono combattere battaglie per il rispetto del pluralismo nell’informazione locale.
In ambito locale la distribuzione delle risorse pubblichedestinate al sostegno dell’emittenza e combinate con la pubblicità istituzionale rappresentano una voce non indifferente dei bilanci di tante piccole e medie emittenti televisive e testate giornalistiche, troppo spessoinchinatedi fronte ai padrini di turno.Anche in questo campo occorre prestare attenzione perché l’utilizzoequilibrato e non clientelare (come invece accade) delle risorse pubbliche consente l’attivazione di canali di contatto che possono migliorare la capacità comunicativa.
Gli enti locali, a partire dalle regioni, hanno anch’essiun ruolo crescente soprattutto rispetto all’emittenza locale. Essi avrannopoteri di interventi sia nello sviluppo delle reti tv digitali in ambito locale che nelle reti locali a banda larga.
Per favorire l’accesso alle nuove tecnologie e quindi percombattere ilgap digitale e consentire una più ampia fruizione dei nuovi media, gli enti locali possono lanciareiniziative per realizzare le reti Wi-Fi o Wi-Max. Alcunicomuni hanno iniziato esperimenti di questo tipo ma la pressione delle grandi compagni per bloccare i progetti pubblici è forte.Pensate che se un comune realizzasse una rete Wi-Max nessun cittadino avrebbe necessità di collegarsi attraverso la vecchia rete via cavo. Verrebbe garantito l’accesso a costo zero alla banda larga pagando, ovviamente, solo i servizi a valore aggiunto (film, sport e altro).
Le Infrastrutture delle reti di comunicazione
Alle grandi reti infrastrutturali per il trasporto delle persone e delle merci (strade, ferrovie, gasdotti, elettrodotti etc.)oggi stanno crescendo a dismisura le grandi reti per il trasporto dei beni immateriali (informazioni, audiovisivi), sono le reti telefoniche, le fibre ottiche e le radiofrequenze.
Lo sviluppo della società dell’informazione è ormai base fondamentaleaffinché un paese moderno compia il salto inavanti richiesto dallo sviluppo globale enon restiimpigliato nelle maglie dell’arretratezza strutturale.
Noi riteniamo che il settore delle telecomunicazioni sia strategico, ossia rilevante perl’interesse nazionale, per lo sviluppo economico, la sicurezza e la stessa agibilità democratica del paese.Le reti immateriali, così come quelle tradizionali, devono essere accessibili a tutti e coprire l’intero paese in un sistema multipiattaforma (satellite, frequenze digitali, banda larga) in grado di creare sistemi aperti che favoriscano la partecipazione democratica e impediscano il formarsi di nuovioligopoli. Il network di distribuzione dei segnali costituisce quindi anche la porta di accesso per i cittadini, per le istituzioni e per le imprese, alla comunicazione multimediale.
Per quanto riguarda la telefonia e la banda larga, attualmente l’infrastruttura materiale di distribuzione è sostanzialmente quelladell’ex monopolista Telecom Italia. Essa è in gran parte composta ancora dai vecchi cavi di rame, mentre solo inalcune aree del Paese è stata sostituita con la fibra ottica.
Le condizioni di arretratezza e di inadeguatezza della rete sono ampiamente verificabili al punto cheil presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò,dichiarava recentemente che “”per l’innovazione nel settore delle telecomunicazioni serve il contributo di tutti, governo, istituzioni e enti locali, perché la spesa è forte e va dagli 8 ai 15 miliardi di euro per sostituire la rete in rame con quella in fibra ottica”
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha avviato una procedura per valutare le modalità di separazione della rete fissa Telecomdal corpo dell’azienda. L’analisi dell’Autoritàriguarda i livelli e le modalità di separazione (centraline, cavi, centri smistamento dei segnali) in modo da poterdividere l’infrastruttura di rete dalla gestione dei servizi. Noi riteniamo, a questo punto, che la rete di distribuzionedebba passare sotto il controllo pubblico al fine di salvaguardare gli interessi generali del Paese in unsettore strategico come quello delle telecomunicazioni.
E’ altrettanto importante porsi il problema di una “dorsale unica delle comunicazioni” che riguardi, fra l’altro, la distribuzione dei segnali radiotelevisivi. Le infrastrutture di broadcasting non possono diventare proprietà di un solo soggetto che si configurerebbe come un monopolista. Tale infrastruttura andrebbe messa sotto controllo pubblico mentre il sistema di diffusione del segnale Rai va tenuto pubblico.
La Rai
Lo stato della Rai è giunto quasi ad un punto di non ritorno. La scadere delle produzioni, la rincorsa al commerciale, il blocco di ogni sperimentazione di forma, linguaggi, persone, autori, ha portato ad un appiattimento dei palinsesti preoccupante. Bisogna rilanciare la “tv di qualità”, un concetto astratto e complesso ma certamente un dovere per il servizio pubblico.
Sul versante dell’informazione la nascita del Partito Democratico staproducendo, come già detto, una nuova onda di trasformismo e conformismocon una pericolo allineamentoai desiderata veltroniani e con il rischio, serio,che la sinistravenga progressivamente ridotta a comparsa televisiva. La rimozione, tardiva, di Petroni dal CdA toglie gli alibi ad un consiglio di amministrazione il cui operato è stato condizionato, vero, dalla legge dei numeri, ma le cui linee guida sono sempre state ispirate a grande“prudenza ed equilibrio”, un modo elegante per dire neoconsociativismo.
Per quanto riguarda i palinsesti il sovraccarico di prodotto puramente commerciale è tale da rendere spesso difficile difendere un’idea seppur astratta di nuovo servizio pubblico. Il prodotto commerciale (al di là dei giudizi soggettivi) viene realizzato esclusivamente in funzione degli ascolti e della pubblicità, rincorrendo al ribasso i gusti del pubblico, niente a che fare con i compiti di “intereresse generale del sistema-paese” o di “rappresentazione pluralista della società” che dovrebbero caratterizzare un s.p.
Oggi la maggior parte delle produzioni di prima serata sono esternalizzate, con società che appaltano fiction e intrattenimento per poi realizzarle con strutture e personale Rai attraverso al formula dell’appalto “sopra la linea” dove Rai non può intervenire sul controllo del prodotto purfornendo tutti gli strumenti per la sua realizzazione. La vicenda Endemol, società produttrice di molti programmi di prima serata Rai e acquistata da Mediaset, è emblematica.
Da qui nasce la proposta di azzerare il CdA, proposta cheha consentito alla sinistra di trovare una posizione comune nella richiesta di blocco delle nomine vincolate al piano industriale. Un messaggio per dire che, riforma o non riforma, questo CdA è in scadenza e che in esso la sinistra non può essere espunta.
La Rai dovrebbe essere una grande azienda pubblica della comunicazione, con una forte missione di servizio pubblico e una funzione di accesso verso i nuovi media, insomma una piattaforma pubblica che spinga per l’alfabetizzazione digitale. Sicuramente le fonti di finanziamento del servizio pubblico dovranno restare ibride ma invertendo le funzioni: deve essere la pubblicità a finanziaria il s.p. e non viceversa il canone ad alimentare prodotti meramente commerciali. Tutto ciò non ha niente a che vedere con la divisione societaria, soluzione che va evitata in quanto aprirebbe la strada ad una possibile privatizzazione.
La battaglia per il pluralismo è centrale in tutti gli asset Rai (commerciale e s.p.). L’ipotesi governativa di una Fondazione è condivisibile, ma va fatta garantendo la natura pubblica della fondazionee le funzioni dicontrollo del Parlamento.
Per la Rai andrebbe garantito: 1. unitarietà all’azienda nelle sue molteplici attività; 2. controllo pubblico sugli indirizzi generali e sul rispetto del pluralismo nonchè autonomia gestionale arginando la lottizzazione selvaggia (fondazione e CdA operativo holding); 3. la possibilità per Rai di avere dimensioni adeguate per reggere sugli scenari globali della comunicazione ed essere presenti nei nuovi media (tecnologie digitali etc.) seguendo una linea editoriale “di interesse pubblico”; 4. la possibilità per Rai di svolgere funzioni di servizio pubblico senza ridursi a “riserva indiana” (una sola rete pagata dal solo canone avrebbe ben scarso futuro); 5. bilanciare le entrate in modo che sia la pubblicità a finanziare in parte i prodotti di servizio pubblico e non, come accade oggi, il canone ad essere riversato nei prodotti commerciali.
obiettivi
Questo non è una riunione ristretta, anzi, è un momento allargato di discussione fracompagne e compagni chelavorano nell’informazione a vario titolo, chi da comunicatore, chi da giornalista, chi da tecnico.
Un partito come il nostro deve iniziare a porre maggiore attenzioneai temi delle politiche delle comunicazioni. Esse sono sempre più pervasive e la presenza in questi settori (non dal solo punto di vista dei rapporti di lavoro su cui intervengono tanti altri settori del partito) può solo rafforzare la nostra presenza e allargare il nostro orizzonte.
L’obiettivo è quello di avviare un processo di costruzione di un dipartimento della comunicazione che consenta al partito di interagire con il mondo della comunicazione nel suo senso più ampio possibile. Non siamo qui a discuteredi modalità operativedel nostro modo di comunicare, stiamo a discutere di problemi relativi al mondo dell’informazione e della comunicazione perché dalla conoscenza, dall’approfondimento e dalla relazione con questo mondo possiamo sviluppare un’adeguata azione politica sui temi di merito e, allo stesso tempo, migliorare le nostre capacità operative sia a livello centrale che locale.
Avremo altre occasioni per entrare nello specifico della comunicazione del partito.Posso solo dire che è iniziata una riflessione per mettere in campo nuovi strumenti rispetto a quelli già esistenti. Sarà potenziato e rinnovato il sito del partito,si pensa ad un quotidiano on-line, abbiamo fatto esperimentitrasmettendo in diretta tv via satellite importanti eventi del partito. Stiamo potenziando la messaggistica. Strumenti di comunicazione, appunto.
Prima di attivare gli strumenti, però, è bene avere la consapevolezza degli ambitie dei contesti in cui si interviene per poter sviluppareuna presenza e un’azione delpartito in questi settori a seconda delle diverse realtà: giornalismo, piccola editoria, emittenza, nuove tecnologie.Un radicamento necessario in vista della costruzione di una sinistra confederata che avvii una fase di riaggregazione dopo anni e anni di frammentazione.
L’art. 21 della Costituzione è oggi quanto mai attualealla luce dei nuovi scenari dell’informazione e della comunicazione. Il pluralismo nel sistema dell’informazione e il diritto all’accesso ai sistemi dicomunicazione sono l’architrave di una moderna democrazia che deve garantire ai cittadini il diritto a comunicare, ad essere informati e ad informare. Lo spazio della comunicazione è un bene pubblico.
L’ex Presidente della Repubblica Ciampi nel suo messaggio alle Camere sulla libertà di informazione, disse che non esiste solo un problema di pluralismo dei soggetti (più tv, più quotidiani, etc.) esiste il problema di un pluralismo “oggettivo”, delle redazioni, dell’informazione e dei programmi; un pluralismo che deve valere per la rappresentazione della realtà politica, ma anche economica, sociale, culturale, lavorativa, religiosa di un paese. Se questo è dirimente per il servizio pubblico radiotelevisivo, lo deve essere anche per tutti gli altri media, dalla stampa, alla tv, al web. Se valeva durante il “regime” di Berlusconi, il tema del pluralismo deve essere centrale anche con il centrosinistra.
Il conflitto di classe, il conflitto sociale, il pensiero critico e i soggetti critici rispetto all’attuale sistema capitalistico, alle sue dinamiche e alle contraddizioni che introduce nei processi di globalizzazione sonole prime vittime della mancanza di pluralismo e di un sistema dei media che tende a sviluppare realtà parallele dove vengono del tutto espunte segmenti della realtà sociale, politica e culturale.
Oggi il principio di una rappresentazione plurale della società viene di fatto bloccato da una serie di fattori. Fra questi il primo è l’anomalia del sistema che vede il pesante e irrisolto conflitto di interesse di Silvio Berlusconi, il Parlamento dovrebbe al più presto sbloccare il provvedimento.
All’anomalia Mediaset – Berlusconi va aggiunta la particolarità degli assetti proprietari dei principali gruppi editoriali e di comunicazione che sono tutti nelle mani di soggetti industriali e finanziari. Al contrario di altri paesi l’Italia è priva di editori “puri” per quanto riguarda le grandi testate tv e stampa (da Rcs a La7 e Telecom media). I grandi editori sono tutti collocati in intrecci societari con banche, industrie e gruppi finanziaria i quali, ovviamente, tendono a fare i loro interessi a scapito della funzione storica degli organi di informazione.
A tale caratteristica strutturale va aggiunta la pesante situazione in cui versa la categoria dei giornalisti il cui contratto è bloccato da tempo. Gli editori stanno cercando di scardinare quello che resta della loro autonomia professionale utilizzando la leva del precariato come strumento di pressione.
La riforma dell’editoria non può prescindere dallo sblocco della trattativa con la FNSI. Il governo non può pensare di ridisegnarele regole per i gruppi editoriali quando questi, con la Fieg,da oltre due anni continuano a rifiutare il dialogo con la controparte. La disarticolazione del contratto nazionale dei giornalisti è l’ariete con cui Confindustria (cui Fieg è affiliata)tenterà man mano di disarticolare l’istituto del contratto nazionale di categoria. Non si possono definire politiche di sostegno allo sviluppo delle attività editoriali senza salvaguardare i diritti dei lavoratori, a partire dalla lotta alla precarietàsempre più diffusa nel settore dell’editoria, dell’informazione e delle comunicazioni con particolare diffusione nell’editoria locale che, invece, è cresciuta in fatturato, vendite e numero di testate. Ogni agevolazione va vincolata al rispetto dei diritti del lavoro.
Convergenza digitale e democrazia
Il tema del pluralismo va, tuttavia, ben oltre la funzione giornalistica, esso riguarda lo sviluppo dell’intero sistema delle comunicazioni a partire dai palinsesti radiotelevisivi, al web, alle nuove tecnologie digitali. Rispetto ai processi di convergenza tecnologica occorre sviluppare azioni politiche in grado di garantire il diritto all’accesso dei cittadini nonché lo sviluppo di piattaforme aperte, che tendano ad un’applicazione democratica delle tecnologie e non ad uno sviluppo chiuso in chiave monopolistica.
Occorre garantire l’accesso alle reti digitali tv, al web tramite la banda larga, rafforzando l’iniziativa pubblica per promuovere nuovi prodotti e allo stesso tempo sostenere le politiche per il superamento del “digital divide”, il gap di conoscenza che impedisce ad ampi strati della popolazione di accedere alle nuove tecnologie.
FreeSoftware.La smaterializzazione dei processi produttivista portando alla creazione di valore sui prodotti “della conoscenza”: dai contenuticlassici della multimedialità (filmati, audiovisivi, musica, testi, dati, etc.) a quelli legati alla produzione di software. Le grandi multinazionali dei software hanno condottonegli anni scorsi unamassiccia campagna per la brevettabilità dei programmi. Uno deitentativi più recenti è stato quello di brevettare gli algoritmi di baseper la costruzione dei software, operazione bloccata in sede europea. In antitesi ai processi monopolistici portati avanti dalle multinazionali dell’informatica si è andato sviluppando il “freesoftware” ossiaprodotti informatici creati in modo condiviso “in rete”, senza brevetti esclusivi. Una modalità di produzioneinnovativa e partecipata che va valorizzata, diffusa e garantitadai ripetuti assalti dei nuovi monopolisti.
La tv digitale: La transizione al digitale è una opportunità di crescita e di occupazione ma ha tempi lunghi e necessita di politiche di sostegno sia per le infrastrutture che per i prodotti, Il governo Berlusconi lo ha utilizzato solo per aggirare le sentenze della Corte Costituzionale che prevedevano lo spegnimento di Rete4. La tv digitale può essere occasione per rompere il monopolio dei grandi produttori di contenuti aprendo il sistema anche a soggetti minori. In quest’ottica il servizio pubblico Rai dovrebbe garantire quote di accesso per produttori “minori” o comunitari.
La creazione di “distretti digitali” in determinati ambiti territoriali può essere occasione per lo sviluppo di prodotti audiovisivi che mantengano, nella loro qualità,la capacità di sviluppare una lettura critica della realtà e dei soggetti sociali. Sono questi prodotti (e questi produttori) ad essere progressivamente espulsi dal mercato audiovisivo che tende ad una sempre maggiore omologazione su standard commerciali.
Nei processi di convergenza tecnologica è condivisibile il principio di separazione fra fornitori di contenuti e possessori di reti di trasmissione (broadcaster) ma occorre prevedere politiche pubbliche per lo sviluppo del comparto guardando anche ai piccoli produttori italiani indipendenti e impedire la creazione di cartelli e nuove posizioni dominanti. La separazione fra fornitori di contenuti e operatori di retepuò essere un’opportunità per lo sviluppo e la crescita di soggetti “comunitari” interessati ad essere presenti nel mondo della comunicazione digitale.La convergenza fra Tv e IpTv crea un ambiente omogeneo ove poter far circolare gli stessi contenuti anche se con caratteristiche tecniche diverse.Occorre favorire la crescita e lo sviluppo di fornitori di contenuti“critici” non omologati nel tentativo di evitare chei processi di convergenza digitale e l’apertura delle frequenze riproducano il fenomeno avutosi negli anni ottanta con l’emittenza privata: la proliferazione di tante piccole tv ma tutte omologate su bassi standard di qualità dal punto di vista dei palinsesti.
Le risorse del sistema. Il monopolio nella raccolta pubblicitaria è uno degli elementi che ha consentito lo sviluppo del monopolista privato nella tv in chiaro. Su questo punto il limite stabilito dal ddl Gentiloni è fin troppo generoso nei confronti di chi, da decenni, detiene una posizione dominante nel settore strategico radiotelevisivo. Occorre ritornare a severe norme antitrust che consentano una migliore distribuzione della pubblicità sia a livello nazionale che locale.
Informazione locale, enti locali, reti locali
L’informazione locale è un settore in forte crescita in termini di testate giornalistiche tradizionali e on-line, esse tuttavia si caratterizzano per una estrema debolezza strutturale ed editoriale e, molto spesso, con lavoratori quasi tutti precari e facilmente ricattabili.
Nel rapporto con il mondo della comunicazione in ambito territoriale stanno crescendo le funzioni del CO.RE.COM, i comitatiregionali per la comunicazione, organidi emanazione dell’Autorità per le comunicazioni le cui funzioni sono troppo spesso sottovalutate.
Gli enti locali, a partire dalle regioni, hanno anch’essiun ruolo crescente soprattutto rispetto all’emittenza locale. Essi avrannopoteri di interventi sia nello sviluppo delle reti tv digitali in ambito locale che nelle reti locali a banda larga.
Le Infrastrutture delle reti di comunicazione
Alle grandi reti infrastrutturali per il trasporto delle persone e delle merci (strade, ferrovie, gasdotti, elettrodotti etc.)oggi stanno crescendo a dismisura le grandi reti per il trasporto dei beni immateriali (informazioni, audiovisivi), sono le reti telefoniche, le fibre ottiche e le radiofrequenze.
Lo sviluppo della società dell’informazione è ormai base fondamentaleaffinché un paese moderno compia il salto inavanti richiesto dallo sviluppo globale enon restiimpigliato nelle maglie dell’arretratezza strutturale.
Noi riteniamo che il settore delle telecomunicazioni sia strategico, ossia rilevante perl’interesse nazionale, per lo sviluppo economico, la sicurezza e la stessa agibilità democratica del paese.Le reti immateriali, così come quelle tradizionali, devono essere accessibili a tutti e coprire l’intero paese in un sistema multipiattaforma (satellite, frequenze digitali, banda larga) in grado di creare sistemi aperti che favoriscano la partecipazione democratica e impediscano il formarsi di nuovioligopoli. Il netwotk di distribuzione dei segnali costituisce quindi anche la porta di accesso per i cittadini, per le istituzioni e per le imprese, alla comunicazione multimediale.
Per quanto riguarda la telefonia e la banda larga, attualmente l’infrastruttura materiale di distribuzione è sostanzialmente quelladell’ex monopolista Telecom Italia. Essa è in gran parte composta ancora dai vecchi cavi di rame, mentre solo inalcune aree del Paese è stata sostituita con la fibra ottica.
Le condizioni di arretratezza e di inadeguatezza della rete sono ampiamente verificabili al punto cheil presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò,dichiarava recentemente che “”per l’innovazione nel settore delle telecomunicazioni serve il contributo di tutti, governo, istituzioni e enti locali, perché la spesa è forte e va dagli 8 ai 15 miliardi di euro per sostituire la rete in rame con quella in fibra ottica”
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha avviato una procedura per valutare le modalità di separazione della rete fissa Telecomdal corpo dell’azienda. L’analisi dell’Autoritàriguarda i livelli e le modalità di separazione (centraline, cavi, centri smistamento dei segnali) in modo da poterdividere l’infrastruttura di rete dalla gestione dei servizi.
Noi riteniamo, a questo punto, che la rete di distribuzionedebba passare sotto il controllo pubblico al fine di salvaguardare gli interessi generali del Paese in unsettore strategico come quello delle telecomunicazioni.
Allo stesso modo gli enti locali devono farsi promotori dellacreazione, installazione e diffusione delle reti di nuova generazione,sia quelle via cavo in fibra ottica che quelle “senza fili” (Wi-Fi e Wi-max) in modo da allargare gli spazi di acesso libero alla banda larga.
E’ altrettanto importante porsi il problema di una “dorsale unica delle comunicazioni” che riguardi, fra l’altro, la distribuzione dei segnali radiotelevisivi. Le infrastrutture di broadcasting non possono diventare proprietà di un solo soggetto che si configurerebbe come un monopolista. Tale infrastruttura andrebbe messa sotto controllo pubblico mentre il sistema di diffusione del segnale Rai va tenuto pubblico.
Reality Rai: Perché a sinistra si guarda solo allo share?
30 Mar 2007
Reality Rai: Perché a sinistra si guarda solo allo share?
di Gianni Montesano
Roma 30 marzo 2007
Una cosa positiva l’ha detta. Il presidente della rai, Claudio Petruccioli, ha proposto di abolire i reality show dai programmi Rai. Solitamente paludato, cauto, molto prudente e conciliante, questa volta Petruccioli ha sollevato un problema serio.
Faranno anche share, faranno anche ascolto (ma siamo certi?) ma ci sembra che non ci sia nulla di più lontano dalla cultura del servizio pubblico dei reality show. E poi ci sarebbe da chiedere quanto questa cultura del guardare ossessivamente dal buco della serratura incida sui nostri ragazzi. Spesso nei “reality” c’è molto copione e poca realtà, ma è l’approccio dello spiare che dalla televisione sta passando alle nuove generazione, ormai tutte armate di personal media, microcamere e videotelefoni. Basta poco perché questa cultura tracimi nell’autorappresentazione del gruppo. Quello che troppo spesso accade ai ragazzi, agli adolescenti, il cui passatempo preferito è quello di riprendersi in continuazione, e dove spesso il gioco scappa di mano sfociando in arroganza, bullismo e violenza. Il tutto per celebrarsi su uno viedoschermo e su internet.
Il pluralismo nel sistema dell’informazione è l’architrave di una moderna democrazia che deve garantire ai cittadini il diritto all’informazione e il diritto a comunicare (art. 21 della Costituzione). Lo spazio della comunicazione è un bene pubblico che non può essere privatizzato.
L’ex Presidente della Repubblica Ciampi nel suo messaggio alle Camere sulla libertà di informazione, disse che non esiste solo un problema di pluralismo dei soggetti (più tv, più quotidiani, etc.) esiste il problema di un pluralismo “oggettivo”, delle redazioni, dell’informazione e dei programmi; un pluralismo che deve valere perla rappresentazione della realtà politica, ma anche economica, sociale, culturale, lavorativa, religiosa di un paese.Se questo è dirimente per il servizio pubblico radiotelevisivo, lo deve essere anche per tutti gli altri media, dalla stampa, alla tv, al web.Se valeva durante il “regime” di Berlusconi, il tema del pluralismo deve essere centrale anche con il centrosinistra.
Oggiil principio di una rappresentazione plurale della società vienedi fatto bloccato da una serie di fattori. Fra questi il primo è l’anomalia del sistema che vede il pesantee irrisolto conflitto di interesse di Silvio Berlusconi. La legge Gasparri è l’ennesima legge – fotografia che sancisce lo status quo e la posizione dominante di Mediaset nella raccolta pubblicitaria inventando il SIC (sistema integrato delle comunicazioni) in base a cui il limite antitrust è stabilito nella soglia del 20%della somma totale ditutti i ricavi del settore (mischiando tv ed editoria).Si tratta di uan delle tante leggi ad personam varate nel quinquennio berlusconiana e che va assolutamente superata.
All’anomalia mediaset – Berlusconiva aggiunta la particolarità degli assetti proprietari dei principali gruppi editoriali e di comunicazione che sono tutti nelle mani di soggetti industriali e finanziari. Al contrario di altri paesi l’Italia è priva di editori “puri” per quanto riguarda le grandi testate tv e stampa (da Rcs a La7 e Telecom media). I grandi editori sono tutti collocati in intrecci societari con banche, industrie e gruppi finanziaria i quali, ovviamente, tendono a fare iloro interessi a scapito della funzione storica degli organi di informazione.
A tale caratteristica va aggiunta la pesante situazione in cuiversa la categoria dei giornalisti il cui contratto è bloccato da tempo. Gli editori stanno cercando di scardinare ciò che resta di autonomo nella funzione dei giornalisti utilizzando la leva del precariato come strumento di pressione.
Il tema del pluralismo nell’informazione va, tuttavia, ben oltre la funzione giornalistica,
esso riguarda l’intero sistema di rappresentazione della realtà a partire dai palinsesti radiotelevisivi, al web alle nuove tecnologie digitali. Rispetto ai processi di convergenza tecnologica occorresviluppare azioni politiche in grado di garantire il diritto all’accesso dei cittadininonché lo sviluppo di piattaforme aperte, chetendano ad un’applicazione democratica delle tecnologie e non ad uno sviluppo chiuso in chiave monopolistica. Basti pensare al tentativo, sventato, di brevettare gli algoritmi dei software da parte delle grandi compagnie informatiche statunitensi e giapponesi, cosa che avrebbe bloccato lalibera ricerca sui software.
Convergenza digitale e democrazia
La politica di sviluppo per i prodotti digitali deve guardare ai piccoli produttori italiani e cercare di evitare che si creino nuovi monopoli (vedi Sky-Telecom, anche se Sky-tv è estremamente rispettosa del pluralismo). Occorre garantire l’accesso alle reti digitali tv, al web tramite la banda larga, rafforzando l’iniziativa pubblica per promuovere nuovi prodotti e superare il “digital divide”, il gap di conoscenza che impedisce ad ampi strati dela popolazione di accedere alle nuove tecnologie..
Nei processi di convergenzatecnologica è condivisibile il principio di separazione fra fornitori di contenuti e possessori di reti di trasmissione (broadcaster) ma occorre prevede politiche pubbliche per lo sviluppo del comparto e impedire la creazione di cartelli e posizioni dominanti.
Si prende atto che il settore delle comunicazioni è uno di quelli in forte crescita sia per fatturato che per addetti, il Pdci ha sottolineato che è anche quello dove vi è la maggiore concentrazione di lavoro precario essendo lavoro “nuovo”. Proponiamo di legare gli eventuali incentivi alle imprese di settore al rispetto dei diritti dei lavoratori.
Le risorse del sistema. Il monopolio nella raccolta pubblicitaria è uno degli elementi che ha consentito lo sviluppo del monopolista privato nella tv in chiaro. Su questo punto l’impressone è che il limite stabilito dal ddl Gentiloni sia fin troppo generoso nei confronti di chi, da decenni, detiene una posizione dominante nel settore strategico radiotelevisivo. Per quanto riguarda I Comunisti italianiproporremo dei limiti più stringenti rispetto al 45% della soglia individuata dal Ministro e misure antitrust complessive.
La tv digitale: La transizione al digitale ha tempi lunghi e necessita di politiche di sostegno sia per le infrastrutture che per i prodotti, è una opportunità di crescita e di occupazione. Il governo Berlusconi lo ha utilizzato solo per aggirare le sentenze della Corte Costituzionale che prevedevano lo spegnimento di Rete4. La tv digitale può essere occasione per rompere il monopolio dei grandi produttori di contenuti aprendo il sistema anche a soggetti minori. In quest’ottica il servizio pubblico Rai dovrebbe garantire quote di accesso per produttori “minori” o comunitari.
Vi è il problema dell’anticipo su digitale di una rete Rai e una Mediaset come prevede la proposta di riforma del governo. La questione può offrire più di uno spunto polemico. Allo stato attuale, dove tutto è servizio pubblico,un cittadino che paga il canone non può vedere oscurata una rete. Inoltre non ci convince il principio di simmetria applicato aRai e Mediaset per l’anticipo. Se Mediaset deve perdere una reteanche in rispetto di una lunghissima giurisprudenza costituzionale (che noi vogliamo rispettare mentre il centrodestra l’ha calpestata) non è giusto che il servizio pubblico segua lo stesso percorso.Certo se c’è da gestire la transizione digitale, che tutti condividiamo,si possono ipotizzare percorsi sfalsati proprio per non mettere sullo stesso piatto due soggetti profondamente diversi.
Rai
Lo statodella Rai è giunto quasi ad un punto di non ritorno. La scadere delle produzioni, la rincorsa al commerciale, il blocco di ogni sperimentazione di forma, linguaggi, persone, autori, ha portato ad un appiattimento dei palinsesti preoccupante. Non a caso riprende il dibattito sulla necessità di una “tv di qualità”, un concetto astratto e complesso ma certamente un dovere per il servizio pubblico.
Il sovraccaricodi prodotto puramente commerciale è tale da rendere spesso difficile difendere un’idea seppur astratta di nuovo servizio pubblico. Il prodotto commerciale (al di là dei giudizi soggettivi) viene realizzato esclusivamente in funzione degli ascolti e della pubblicità, rincorrendoal ribasso i gusti del pubblico, niente a che fare con i compiti di “intereresse generale del sistema-paese” o di “rappresentazione pluralista della società” che dovrebbero caratterizzare un s.p.
Oggi la maggior parte delle produzioni sono esternalizzate, con società che appaltano fictione intrattenimento per poi realizzarle (alcune, non tutte) con strutture e personale Rai. Un giro vorticoso di soldi.
La Rai dovrebbe essere una grande azienda pubblica della comunicazione, con una forte missione di servizio pubblico e una funzione di accesso versoi nuovi media, insomma una piattaforma pubblica che spinga per l’alfabetizzazione digitale. In questa chiave non vediamo male l’ipotesi di avere un’areapiù marcatamente commerciale rispetto ad una di servizio pubblico. Sicuramente le fonti di finanziamento del servizio pubblico dovranno restare ibride ma invertendo le funzioni, deve essere la pubblicità a finanziaria il s.p. e non viceversa il canone ad alimentare prodotti meramente commerciali. Ma tutto ciò non ha molto a che vedere con la divisione societaria,soluzione che potrebbe essere anche evitata e che lascia molto perplessi in quanto aprirebbe la strada ad una possibile privatizzazione.
La battaglia per il pluralismo è centrale in tutti gli asset Rai (commerciale e s.p.). Nel 2002 il Pdci ha depositato una PdL di riforma in cui si chiedeva che la Rai stesse sotto una fondazione pubblica di emanazioneparlamentare.In questo modo verrebbe garantita la separazione fra la sfera del controllo e dell’indirizzo parlamentaredalla sfera gestionale, bloccando la sovrapposizione e l’invasione sistematica dei (grandi) partiti. Tale schema, per sommi capi, oggi rientra nelle linee di indirizzo del governo, anche se è tutto da definire.
Per la Rai andrebbe garantito: 1. unitarietà all’azienda nelle sue molteplici attività; 2. controllo pubblico sugli indirizzi generali e sul rispetto del pluralismo nonchè autonomia gestionale arginando la lottizzazione selvaggia; 3. la possibilità per Rai di avere dimensioni adeguate per reggere sugli scenari globali della comunicazione ed essere presenti nei nuovi media (tecnologie digitali etc.) seguendo una linea editoriale “di interesse pubblico”; 4. la possibilità per Rai di svolgere funzioni di servizio pubblico senza ridursi a “riserva indiana” (una sola rete pagata dal solo canone avrebbe ben scarso futuro); 5. bilanciare le entrate in modo che sia la pubblicità a finanziare in parte i prodotti di servizio pubblico e non, come accade oggi, il canone ad essere riversato nei prodotti commerciali.
Norme in materia di conflitto di interessi d'iniziativa della senatrice PALERMI,
ONOREVOLI SENATORI.- Il 22 aprile 1998 la Camera dei Deputati approvavaun disegno di legge in un testo risultante dall’unificazione dei disegni di legge d’iniziativa dei deputati Caparini, Alborghetti, Apolloni, Bagliani, Ballaman, Balocchi, Barral, Bianchi Clerici, Bosco, Calzavara, Cavaliere, Cè, Chiappori, Chincarini, Dalla Rosa, Faustinelli, Fontan, Frigerio, Gnaga, Martinelli, Rodeghiero, Rossi Oreste, Santandrea, Stefani, Stucchi e Vascon (1236); Veltri, Niedda, Piscitello, Brancati, Prestamburgo, Lumia, Sica, Furio Colombo, Bonito, Cambursano, Cennamo, Cento, Galdelli, Lento, Peruzza, Pezzoni, Rotundo e Schmid (3612); Berlusconi, Pisanu, Marzano, Calderisi, Prestigiacomo, Rebuffa, Bertucci e Di Luca (4410); Piscitello, Danieli e Scozzari (4488). Iil 27 febbraio 2001,il Senato della Repubblica ha discusso quel testo approvandolo con modificazioni. Il Parlamento si è quindi già espresso, con un dibattito di grande ampiezza, sulla necessità di risolvere i problemi legati al conflitto di interessi, giungendo ad un passo dall'approvazione di norme cogenti.Le motivazioni della presente proposta risiedono, in primo luogo, nell'urgenza di trovare soluzioni ad un problema già a lungo dibattuto nelle passate legislature a partire dalla XII fino all'attuale XV, senza tuttavia trovare adeguate e pronte risposte, ed in secondo luogo nell'offrire alla discussione parlamentare un testo su cui già si profilò un'ampia convergenza. Desideriamo infine sottolineare che esse si sono fatte col passare del tempo ancora piú urgenti
Art. 1.
(Ambito di applicazione)
1. Agli effetti della presente legge, per titolari delle cariche di Governo si intendono il Presidente del Consiglio dei ministri, i Ministri, i Sottosegretari di Stato, nonché i Commissari straordinari del Governo di cui all’articolo 11 della legge 23 agosto 1988, n. 400.
Art. 2.
(Obbligo di astensione da atti di Governo)
1. I titolari di cariche di Governo, nell’esercizio delle loro funzioni, devono dedicarsi esclusivamente alla cura degli interessi pubblici; essi hanno l’obbligo di astenersi da ogni atto idoneo ad influenzare specificamente, in virtù dell’ufficio ricoperto, i propri interessi.
2. I soggetti di cui al comma 1 non possono partecipare alle deliberazioni attinenti alla carica ricoperta né adottare atti di rispettiva competenza quando essi possono coinvolgere, direttamente o indirettamente, interessi propri per quanto di loro conoscenza. Lo stesso obbligo deve essere osservato in casi di interessi, noti al titolare della carica, propri del coniuge o dei parenti e affini entro il secondo grado.
3. Sulla sussistenza degli obblighi di cui al comma 2, per il Presidente del Consiglio dei ministri e per i Ministri delibera il Consiglio dei ministri, per i Sottosegretari di Stato e per i Commissari straordinari del Governo provvede il Presidente del Consiglio dei ministri.
4. Il regolamento del Consiglio dei ministri assicura adeguate forme di pubblicità agli adempimenti di cui al comma 2, rendendo noti i casi di mancata partecipazione a deliberazioni, motivata ai sensi del medesimo comma.
Art. 3.
(Incompatibilità con funzioni pubbliche, rapporti di lavoro dipendente, incarichi
direttivi in enti pubblici e imprese)
1. È incompatibile con le cariche di Governo ogni impiego pubblico e privato nonché ogni carica o ufficio pubblico diversi dal mandato parlamentare e non inerenti alla funzione svolta.
2. I dipendenti pubblici e privati che assumono cariche di Governo sono collocati in aspettativa con decorrenza dal giorno del giuramento, senza pregiudizio della propria posizione professionale e di carriera. Si applicano le disposizioni concernenti l’aspettativa per mandato parlamentare vigenti nei rispettivi ordinamenti.
3. I titolari delle cariche di Governo iscritti in albi o elenchi professionali non possono esercitare attività professionali, nemmeno in forma associata, in Italia o all’estero; in ragione di tali attività essi possono percepire unicamente proventi per prestazioni svolte prima dell’assunzione della carica. Per la durata della carica deve essere interrotto ogni rapporto giuridico ed economico eventualmente esistente con studi professionali italiani o esteri.
4. In caso di inottemperanza alle disposizioni del comma 3 l’ordine o il collegio professionale territorialmente competente provvede alla sospensione dall’esercizio della professione per la durata dell’incarico di Governo.
5. I titolari delle cariche di Governo non possono esercitare, in enti pubblici, nonché in enti privati, aventi per oggetto anche non principale lo svolgimento di attività imprenditoriali, funzioni di presidente, amministratore, liquidatore, sindaco o revisore, né analoghe funzioni di responsabilità comunque denominate, ovvero assumere, per tali enti e imprese, incarichi di consulenza e incarichi arbitrali di qualsiasi natura. Essi cessano dai predetti incarichi a decorrere dal giorno del giuramento e non possono, per la durata della carica di Governo, percepire alcuna forma di retribuzione né fruire di alcun vantaggio relativi agli stessi incarichi.
6. In caso di inottemperanza alle disposizioni di cui al comma 5, provvede d’ufficio la Corte d’appello competente per territorio in ragione della sede dell’ente o dell’impresa. Si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile, in materia di procedimenti in camera di consiglio.
Art. 4.
(Dichiarazione delle attività economiche)
1. Entro venti giorni dalla assunzione della carica, i soggetti di cui all’articolo 1 comunicano all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, di seguito denominata Autorità garante, tutti i dati concernenti le imprese di cui, direttamente o indirettamente, detengono o hanno detenuto nei dodici mesi precedenti la titolarità, o il controllo ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, dell’articolo 7 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, e delle altre disposizioni di legge vigenti in materia, ovvero una partecipazione superiore al 2 per cento del capitale sociale. Essi sono tenuti ad analoghe comunicazioni entro quindici giorni per ogni successiva variazione dei dati forniti.
2. Entro quarantacinque giorni dalla comunicazione di cui al comma 1, l’Autorità garante accerta, tenendo conto delle eventuali precisazioni dei titolari della carica di Governo interessati e di ogni altro elemento, se le attività economiche di loro pertinenza sono rilevanti ai sensi della presente legge. Tali attività sono rilevanti qualora:
a) il patrimonio relativo alle attività economiche e finanziarie a carattere imprenditoriale dei soggetti di cui all’articolo 1 sia almeno pari a lire 15 miliardi, aumentati degli incrementi disposti dall’Autorità garante, in applicazione dell’articolo 16, comma 1, della legge 10 ottobre 1990, n. 287;
b) si tratti di impresa esercente mezzi di comunicazione di massa, indipendentemente da qualunque parametro dimensionale.
3. L’Autorità garante provvede a comunicare immediatamente al titolare della carica di Governo interessato l’esito dell’accertamento di cui al comma 2.
4. Quando l’Autorità garante verifica la sussistenza di cespiti e attività non dichiarati ne informa immediatamente il titolare della carica di Governo interessato. Nel caso in cui l’accertamento conclusivo dia luogo alla verifica delle condizioni di cui al comma 2, si applicano gli articoli 6 e seguenti. In ogni caso, l’accertamento di cespiti e attività economiche non dichiarati comporta l’applicazione da parte dell’Autorità garante di una sanzione amministrativa pecuniaria in misura compresa tra il 10 e il 50 per cento del valore dei cespiti e delle attività economiche non dichiarati. Non si applica l’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni.
5. Il titolare della carica di Governo interessato, ovvero il gestore di cui agli articoli 5, 6 e 7, possono chiedere che l’Autorità garante accerti se sia venuta meno ai sensi del comma 2 la rilevanza delle attività economiche.
6. Un decimo dei componenti di ciascuna Camera può richiedere all’Autorità garante di svolgere l’accertamento di cui al comma 2.
Art. 5.
(Criteri di esercizio
delle attività economiche)
1. I titolari di cariche di Governo non possono esercitare attività imprenditoriali.
2. Entro quarantacinque giorni dall’assunzione della carica, i titolari delle cariche di Governo adottano misure dirette ad assicurare che le attività economiche di rispettiva pertinenza ai sensi dell’articolo 4, comma 1, siano esercitate secondo criteri e in condizioni di effettiva separazione gestionale al fine di evitare qualsiasi ingerenza ovvero influenza di fatto da parte del titolare della carica di Governo. Per l’adozione di tali misure possono essere concordati indirizzi con l’Autorità garante. Le misure adottate sono comunicate entro i cinque giorni successivi all’Autorità, che può prescrivere altre misure.
3. In caso di presunta violazione delle disposizioni di cui al comma 2, l’Autorità garante notifica al titolare della carica di Governo e alle imprese interessati l’apertura di un’istruttoria a seguito della quale, se ravvisa la violazione, prescrive le misure correttive e ripristinatorie necessarie, fissando il termine per la relativa attuazione. Decorso tale termine l’Autorità garante accerta l’eventuale inottemperanza e, sentita l’autorità di garanzia o di regolazione di settore eventualmente competente, applica al titolare della carica di Governo una sanzione amministrativa pecuniaria in misura compresa tra il 2 e il 50 per cento del fatturato delle imprese di cui al presente comma, relativo all’esercizio precedente a quello nel quale si è realizzata l’inottemperanza, tenuto conto della gravità e durata della stessa, nonché dell’eventuale profitto.
4. Qualora le attività economiche risultino rilevanti ai sensi dell’articolo 4, comma 2, si applicano le disposizioni di cui agli articoli 6 e seguenti.
Art. 6.
(Alienazione o trasferimento
delle attività economiche)
1. Quando ricorrono le condizioni stabilite dall’articolo 4, comma 2, entro quarantacinque giorni dalla comunicazione di cui all’articolo 4, comma 3, il titolare della carica di Governo interessato provvede ad alienare, o a trasferire a un gestore ai sensi dell’articolo 7, le attività economiche o le partecipazioni che consentono di esercitare il controllo sulle stesse, o che comunque eccedono il 2 per cento del capitale sociale.